"Dove le carezze si perdono come liquide antilopi" di Fabrizio Prina
Prefazione di Caterina Galizia
Il gioco intrigante di Fabrizio Prina in "Dove le carezze si perdono come liquide antilopi" (Ibiskos Ulivieri 2024, Empoli) :
«Una miriade di personaggi grandi e piccoli, simpatici, buffi, grassi, magri che si rincorrono perdendo cappelli variegati rotolacampi di una piazza assolata. Poi… sui vetri delle case dintorno erano riflessi i movimenti e le strambe acrobazie di tutti gli ometti e di tutte le donnine intenti a saltare banchi di mele e pere per rincorrere biciclette luccicanti, in fuga per ogni dove con anima libera. Senza che nessuno le pedalasse.»
È la descrizione di un’immagine artistica ammirata dal protagonista del libro di Fabrizio Prina ma è anche la sintesi metaforica di quello che il lettore si trova di fronte. I soggetti i luoghi, le sensazioni non sono rintracciabili in un percorso lineare ma nell’intervallo che va dall’inizio all’ultima pagina del testo si agitano come in un moto corpuscolare illogico e imprevedibile. Appaiono e scompaiono, riappaiono e riscompaiono, si moltiplicano in visioni simili ma sempre un poco differenti all’interno di contesti apparentemente in balia della casualità.
Prina ci invita a un gioco intrigante con il suo proporre il quesito: quello che lui (il protagonista) vede è quello che accade o è un suo costrutto? Potrebbe essere un fraintendimento o addirittura una pura creazione dell’osservatore? Ci troviamo davanti a un continuo scambio tra realtà interna e realtà esterna tanto da insinuare nel lettore stesso il dubbio: ma quello che mi sembra di aver capito me lo sono costruito io o è quello che l’autore mi voleva dire? Un vis a vis serrato tra autore e lettore che posso supporre rifletta un confronto interiore di chi scrive.
Il biglietto.
Questo è un testo che si dipana partendo da quelli che sembrano fatti: un biglietto che la protagonista assente lascia sul tavolo per comunicare al partner la sua decisione di partire per un viaggio che, da come viene descritto, sembra definitivo; la reazione dell’uomo che non si arrende alla decisione e si mette in cerca di lei ma più si inoltra nel viaggio più si rende conto di un puntuale contrappunto tra quello che vive e quello che vorrebbe. Ogni cosa che incontra sembra riagganciarsi al proprio vissuto fino a far nascere e crescere la sensazione che chi conduce il gioco sia solo il desiderio. Il mondo reagisce con i suoi rappresentanti. Ma è un problema di proiezione nell’altro che risponde di conseguenza o è un problema di creazione di un altro che in realtà non c’è proprio?
Un effetto potente.
Questo è il territorio nel quale il lettore si trova in ostaggio, perché chi legge è costretto a un’allerta continua. Sa che con questo libro non si scherza: deve essere attento a ogni passaggio perché ovunque potrebbe incontrare un indizio che lo metta sulla strada: quella cioè di scoprire ciò che l’autore gli indirizza come messaggio. L’operazione è resa più complessa anche dalla visione che Prina dà di un altro elemento: il tempo. Parlando di un suo romanzo precedente, “La bottiglia”,( Ibiskos Ulivieri, 2020, Empoli) avevamo già messo in luce come in quel testo questa dimensione fosse difficilmente rintracciabile. Ben scriveva nella prefazione Eva Karl Novitz sostenendo che bisognava rinunciare a considerarla «sia nel suo fluire sia nel così scontato suo prima e suo dopo.»
Un po’ di fisica.
In questo nuovo testo domina un principio che sembra tradurre in termini letterari l’indeterminazione quantistica. Nella Fisica Quantistica, infatti, il tempo non è collocabile in ciò che viene definito spazio quantistico e quindi non si può considerare un osservabile. Praticamente possiamo dire che non esiste. Infatti in questa visione scientifica non c’è posto per una “freccia del tempo” ma è tutto circostanziale (legato cioè al momento dell’osservazione). Qui si va quasi oltre: si mette in dubbio persino il momento dell’osservazione e per chi si pone come osservatore diventa una specie di caccia al tesoro individuare gli elementi dominanti di ciò che deve essere messo a fuoco. Non a caso il titolo rimanda a un insieme percettivo-emotivo multiplo: un’immagine visiva (quella del dinamismo di eleganti dorsi in fuga) abbinata alla soavità di una sensazione tattile che si ricollega a un fluido e nel contempo a un sentimento di rimpianto per una perdita affettiva.
Complessità e precisione.
La complessità non si ferma al titolo ma impregna di sé tutto il libro felicemente associata a una scrittura precisa, talvolta quasi pignola, nella descrizione di ambienti e di personaggi. Un linguaggio nitido, impegnato sia a sollecitare suggestioni sensoriali sia a descrivere individui ognuno con proprie caratteristiche personologiche distinte. Il testo è strutturato quasi come una scenografia che attende di essere tradotta in film. Le inquadrature si susseguono in un percorso solo apparentemente continuo ma in realtà orientato soltanto a portarci, in un procedere di successivi hic et nunc, allo stupore delle rivelazioni che riservano le ultime righe della pagina conclusiva. Vale davvero la pena di scoprirle.



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