Incantesimi e sortilegi: La vecchiaia del bambino Matteo di Angelo Lumelli
- Caterina Galizia

- 24 mag
- Tempo di lettura: 7 min
La produzione letteraria di Angelo Lumelli offre sempre viraggi imprevedibili. In questo libro La vecchiaia del bambino Matteo (Qed, collana Cosmos, 2024) il più evidente è la comparsa del “tempo lineare”, quello che in passato nei suoi testi era sostituito da un “tempo elastico” (annotava Milli Graffi) dove «le cose si intersecavano disinteressandosi ad un loro appartenere ad un determinato momento o ad una precisa realtà.» Qui per la prima volta viene raccontata una vita, con le sue sequenze, dove il “bambino supremo” di Oblivion può permettersi addirittura di lasciarsi osservare mentre invecchia. È proprio dalla costernata presa di coscienza della senilità che piano piano prende spazio l’accorata narrazione del prima, dello stupore dell’inizio, quando tutto si poteva, quando l’indiscutibile evidenza del reale non era sufficiente a svelarne i misteri. Questo è un libro di incantesimi e sortilegi dove non solo gli oggetti ma anche i concetti e perfino i fonemi grammaticali pensano e reagiscono come gli umani: «L’impresa di saltare un giorno di scuola l’ho realizzata in quinta, senza un motivo apparente (…) Adesso potevo correre, ovunque! Fu allora, che la libertà (…) non seppe più cosa fare, guardandosi intorno, interdetta, con una faccia da scema, un’incapace (…) si sentiva il suo imbarazzo, credo bene, dopo essersi spacciata per chissà chi (…) come quella che apre le porte!» Qui, ogni materia, anche appartenente al regno minerale, si converte al vivente e prende parte al gioco degli odori, dei gusti, delle sensazioni tattili: «Come fa il giacinto o la serenella in notti di pioggia primaverile, così nel duro inverno si sente, improvvisamente questo profumo di ossidi e ruggini, segno della fioritura del metallo (…) Ci sono tratti nei quali le rotaie sembrano arrivare al loro culmine interiore, come decise ad esprimersi. Ciò può avvenire sia su binari abbandonati (…) sia su tratti più attivi, lucidi e eccitati dallo sfregamento, come nelle linee del centro storico». È la visione di chi, fin dalle prime esperienze, si è confrontato con elementi in crescita e in movimento, osando i primi passi sulla morbida discontinuità di un prato e non sulla dura omogeneità di una pavimentazione urbana; i suoi primi giocattoli sono stati gli uccellini catturati “per farseli amici per la vita” e messi in una scatola da scarpe con il coperchio opportunamente forato e la sfida preadolescenziale è stata cavalcare l’elasticità di «rami di salice potentissimi con pertiche che partivano come razzi (…) capaci di piegarsi e tornare in posizione.» Questo contesto intriso (…) di realismo magico aiuta Matteo e i suoi fidi ad agire la propria indipendenza da molti dei comportamenti che gli adulti vorrebbero imporgli, a sviluppare processi di pensiero alternativi e a creare addirittura un linguaggio alternativo. Geniali i giochi: quello della guerra, ad esempio. Matteo ed Ernestino, nel corso di effettive incursioni aeree, agiscono come se fossero loro a far cadere la bomba e a pilotarne la parabola mai attraversati dal dubbio: «ma questo disastro l’abbiamo fatto veramente noi o sono stati i tedeschi? » E l’autore gli regge il gioco mantenendo la narrazione magistralmente in bilico tra fantasia e realtà.
Le creature più amate. In questo mondo le creature più amate hanno uno spessore mitico. La mamma innanzitutto, con il suo profumo di terra e di erba e i suoi occhi, grigi come il ferro che brilla, come le stelle d’inverno.» Il padre della psicoanalisi sarebbe stato fiero di una rappresentazione così poetica e puntuale del primo scambio edipico come quella che troviamo a pag. 20. Non si poteva descrivere meglio la magia dello sguardo di quegli occhi grigi alle prime innocenti manovre sessuali del cucciolo! In quel tentativo di sorriso c’è tutto l’orgoglio e il sollievo per la scoperta di una virilità che si rivela ma c’è anche il rifiuto delle avances («e allora fu peggio», infatti, per il suo bambino) senza il quale si bloccherebbe l’apertura della sessualità all’esterno. L’apertura avviene soprattutto nei confronti dell’altra figura mitica del romanzo: la maestra Concetta, una creatura che si dibatte tra la tentazione di corrispondere all’amore “senza alcuna condizione” (in grado di sopravvivere ad ogni suo rifiuto) che le offrono Matteo e il suo amico Ernestino, e l’insofferenza che le provocano le modalità con le quali questo amore si manifesta. Esse, infatti, proprio per la loro autenticità e la loro libertà nei confronti delle regole sociali, rischiano di minare i rapporti dell’insegnante con l’istituzione che prescrive neutralità e conformismo. Sul piano evolutivo Concetta svolge egregiamente il compito di dare ai bambini quell’esempio di grande umanità che ne modellerà il futuro.
L’infanzia che sopravvive. E poi ci sono gli amici. È proprio grazie a loro che l’infanzia può sopravvivere alla pubertà. Perché, dice Angelo, «l’infanzia nell’amicizia sembra fuori pericolo, come se avesse ripreso i suoi poteri, pur minacciati da tutte le parti.» Con Ernestino e il narratore, infatti, e con gli altri che si sono aggregati nel tempo, si è strutturata la ricerca su come confrontarsi con i grandi misteri che «avvolgono la vita». Uno di quelli che per primi ha avuto la fortuna di venire mentalizzato (di affrontare cioè la nebbia del: “ma qui, che cosa c’è da capire?”) girava intorno alla spinta pulsionale che si presentava come una chiamata del corpo di cui sfuggiva completamente il significato. Che senso aveva «quel profumo, di donna…come un’incantevole disperazione?» e, più tardi: «di che cosa parlava quel ripetente di quinta quando diceva: “Quelle già sviluppate sono tre e a una ci manca poco”?» Affrontare enigmi di questa portata cementa: i tre rimangono indivisibili. Così, dopo questo splendido inizio, vengono messi a confronto con altri misteri che si presentano puntualmente, come in ogni esistenza. E Lumelli li segue. L’impianto magico ricompare talvolta come delirante ma provvidenziale risorsa nei casi in cui si tratta di dare un senso a fallimenti o perdite altrimenti insostenibili. Quando però questa mediazione non può attivarsi, quando la vita nuda e cruda riesce a uccidere la magia, le ferite si aprono fino alla carne viva: «mi ero seduto in giardino e guardavo la festa (del paese) che si avviava (…). Era incominciata, da lontano, la musica. Poi, improvvisamente, s’alzò la sua voce, sbucata come dopo un’attesa di anni, alta, stridula, come un’orazione disumana, un grido - e gridò infatti, chiamando suo padre, sua madre, i nomi dei buoi, dei campi - tanto che rimasi inchiodato, immobile, a sentire – io, non nominato - mentre lui, con la voce sempre più alta, eccitata, si rivolgeva a chi non c’era più (…) Quella notte, tanti anni fa, fino all’ultimo, fino all’ultima sillaba di quel lungo grido, ho atteso il mio nome.» Arriviamo quindi all’impatto con il mistero più grande: la decadenza, il tempo che porta il corpo e/o la mente a una sorta di declassamento che può prendere molte modalità. Ad esempio: «C’è chi si disidrata, per togliere la massa, il peso – come per svanire, rendendosi vano praticamente – un’aria secca, vagante» Oppure le amnesie: «Ci sono cose che non trovano mai il nome giusto-allora bisogna usare dei trucchi e a chi c’indovina gli dicono: bravo! bravissimo - ma vai al diavolo! - mentre qualcosa senza nome piange in silenzio come una bambina che ha perso il primo dentino davanti» Di qui prende il volo la grande allegoria del vagone di un treno merci « abbandonato su un binario in mezzo alle risaie» costretto ad un «attendere fallimentare» e che non molla, cercando di vivere fino all’ultimo splendidamente, sostenuto dalla «spavalda fantasia» del narratore che gli ricorda «come sia grande l’emozione che afferra un convoglio, quando è agguantato con pugno di ferro dalla locomotiva, con due fari in fronte, simile a un drago che si lancia con il corpo smisurato (…) sempre più pesante, irresistibile, stordito in quel fragore, fra odori di ruggine, in quella stretta ferrea»: la splendida stretta della vita.
La potenza del linguaggio. I piccoli esempi in corsivo spero lascino intuire la potenza del linguaggio che ovunque scarta gli abituali punti di riferimento entrando e uscendo da ogni contesto, con ciò spiazzando spesso il lettore e in alcuni passaggi confondendolo. La rilettura diventa allora obbligatoria per potere, come direbbe Marco Ercolani, «viaggiare nella galassia lumelliana.» Muoversi in un ambiente infantile ha consentito all’autore di estremizzare una ricerca che conduceva da sempre, descrivendo il più affascinante dei giochi: la creazione di un nuovo idioma “spettacolare” composto da dialetti di paesi vicini, di forestieri che venivano da Bergamo, impagliatori di sedie, magnani, (…) mediatori del piacentino, e benedetto da quei suoni oscuri in latino, «soprattutto le U, vestite di lunghe mantelle nere, svolazzanti per la chiesa già fumosa di incenso”. Questo è il primo passaggio che Lumelli compie per allontanarsi dalla lingua convenzionale diretto ad una posizione liminale (utopica) dove la parola “accade”. Alla sintesi di più linguaggi segue l’uso della onomatopea, spesso presente ne La vecchiaia del bambino Matteo con la sua riproduzione di suoni e rumori, a modo loro ancora parole, ma “sparlate”. Fino a giungere al silenzio che non esclude lo scambio ma, in un certo senso, lo sublima. Un testo come questo, che sembra inneggiare all’epopea della parola, con la gentile strafottenza e l’ironia tipiche dei “curoniti”, termina con uno scambio di missive iconiche (cartoline: «un modo di parlare senza discutere: le figure sono meglio - aveva detto Matteo - se vogliamo conversare») e periodici incontri al ristorante dove: «mettiamo le mani sulla tovaglia e ci guardiamo, come figure di un ex voto, come quelle che si trovano nel santuario della Madonna della Guardia.» Lumelli sembra ancora una volta «capovolgere il rovescio» (che resta sempre una «bella mossa»). Risponde così alla domanda che lo insegue da sempre: «Il limite del linguaggio è l’esistenza?»
Notizia biografica
Angelo Lumelli è nato il 9 aprile 1943 Ha studiato Lingua e letteratura tedesca alla Bocconi di Milano ed è emigrato per due anni in Germania per imparare la lingua dei filosofi. A Milano, dal 1970 al 1975, ha partecipato a un cenacolo notturno settimanale con i giovani poeti milanesi (Michelangelo Coviello, Milo De Angelis, Mario Mieli, Cesare Viviani, Alberto Mari, Silvio Giussani…) e i loro maestri (Antonio Porta, Giancarlo Majorino, Franco Loi, Giovanni Raboni, Franco Fortini). Ha insegnato alla scuola media, è stato sindaco del proprio paese, ha fondato e gestito dal 1980 al 2000 una cooperativa agricola, dal 1985 è stato responsabile dell’ufficio studi di una Società di Ingegneria. Ha pubblicato Cosa bella cosa (1977, Trattatello incostante (1980); Bambina teoria (1990); Seelenboulevard (1999); Per non essere l’acqua che amo (2008). Ha scritto micro-saggi (Bianco è l’istante, 2015) e ha in preparazione un volume di prose vaganti. Ha pubblicato inoltre, Verso Hölderlin e Trakl (2017); La sposa vestita (2018). Per le edizioni del Verri ha pubblicato Le poesie (2020). Ha collaborato con Pietro Bologna, artista e fotografo, alla realizzazione del libro fotografico Ettaro (2022); ha pubblicato lo scambio di lettere con Marco Ercolani, 100 lettere (2023). Ha tradotto Gli Inni alla notte, canti spirituali di Novalis (1979).


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