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MARCO BELLINI Lo spessore del quotidiano

9 set
Tempo di lettura: 9 min

di Luigi Cannillo


foto di Marco Bellini



Nelle poesie di Marco Bellini si intersecano due linee che a volte prevalgono l’una sull’altra, altre volte coesistono. La prima è quella della quotidianità discorsiva, la piana consequenzialità nella successione degli eventi. La seconda è quella dell’inquietudine che increspa gli avvenimenti, il senso del mistero ispirato da fenomeni che appaiono inspiegabili. È come se si incrociassero alcune caratteristiche della poetica della linea lombarda (lo svolgersi della vita comune, la sobrietà del tono, la misura del verso) con un’ombra misteriosa e intraducibile proiettata sul quotidiano. La sintesi delle due componenti si manifesta in modo significativo in segnali che caratterizzano le nostre consuetudini più comuni e, nello stesso tempo, evocano l’ombra inattesa: “Le tende sbeccate non possono nulla./ Forse possono l’appartenere a una sedia/ il proprio bicchiere la sera/ tutte le sere l’impronta sulla tovaglia.” Oppure un brivido, in questo finale: “Forse nell’esitazione di certi uomini/ al rientro delle notti in città, un tremore/ nell’infilare la chiave, una colpa che emerge.”

La vita comune quindi acquisisce consistenza al di là degli elementi esteriori in cui si manifesta e si sviluppa in uno spessore che ne contiene il senso più complesso e profondo, non sempre umanamente decifrabile. Così la dimensione esistenziale è segnata dalla percezione della semplicità degli eventi e dall’umiltà dei gesti ma, allo stesso tempo, anche dal mistero e dalla fragilità delle nostre certezze. Il tempo da un lato costruisce e conferma le nostre abitudini, dall’altro può smantellare le sicurezze.

Con l’ultima raccolta, L’orizzonte che ci spetta, la poetica di Bellini compie un ulteriore slancio in ampiezza, estendendo gli spunti di riflessione all’intero arco dell’esistenza umana e ricorrendo a immagini di particolare efficacia: il profilo della cornice, l’atto del succhiare che congiunge prima infanzia e fine vita.

Se la prima poesia di questa selezione, La donna del gioco, si potrebbe considerare anche un omaggio/memoria al titolo di una raccolta di Maurizio Cucchi, “la camelia” ricorda invece le atmosfere rarefatte e evocative di Gianpiero Neri. “Curioso/ che strizzando tra le dita un petalo/ ancora oggi si spanda l’aroma/ di quei molti caffè.” Rimanendo sempre nell’ambito della tradizione lombarda del secondo Novecento, mi sembra appropriato riferirci al solco tracciato da Vittorio Sereni, sia per la lucidità etica della sua poesia che per l’inquieta percezione dello scorrere del tempo ma anche, sul versante compositivo, per la vigile articolazione dei versi. Rispetto a questi riferimenti Bellini orchestra alcuni dei suoi testi sviluppandoli in struttura e ampiezza, includendo citazioni e forme di lingua parlata, per seguire il passo della narrazione e mantenere in evidenza la linea principale dell’architettura del testo: “Qua e là il calco/ di parole scritte su pagine perdute./ Versi evidenziati, sottolineati,/ racchiusi dentro parentesi improvvisate/ o indicate da frecce piene di stupore”. Così per esempio sfogliando il volume della biblioteca in Esemplare unico si legge parallelamente la stratificazione di tutte le letture precedenti con i commenti e le sottolineature che rimarranno per i lettori successivi.

Molto felicemente in alcune poesie coincidono in modo sintetico figure e immagini retoriche, materia e evocazione, elementi appartenenti a campi diversi. Così nell’ombra della camelia in giardino ”L’ombra gentile era il mestiere/ messo dentro le giornate”; oppure il moltiplicarsi e la ripetizione della forma dell’ombrello: “il nocciòlo ti faceva da ombrello/ sopra l’ombrello [...]// Era anche un po’ aspettare,/ questo il verbo per la pioggia,/ mentre tutto ti conteneva, definitivo/ tra l'ombrello e l’ombrello// di te e i talloni.” La forma non resta esteriorità o semplice profilatura, si fa sostanza, rappresenta lo specchio, ciò che vi si riflette e l’invisibile che resta nascosto dietro la superficie riflettente.




La donna del gioco


I bambini che l’ascoltavano oggi sono nonni

questa storia vorrei metterla sul foglio

per non perderla, una storia che sta solo nel vento.

Viveva d’ombra nella voce dei vecchi

la stalla era il luogo delle parole scaldate

le viscere che scaricavano

e il soffio dei musi. I bambini prima del sonno

il fascino della paura che gonfiava

occupava i loro sguardi, faceva terra per i sogni.

Solo i capelli sarebbero spuntati dalle coperte.

Saliva le valli leggera, i cani tiravano la catena

era la donna del gioco, nessuno diceva male

nessuno cercava l’incontro. Fatta di buio

e soffi sapeva le disubbidienze, muoveva

una sedia, un chiarore inatteso, passava,

contava le ossa addormentate nei letti

poi andava.

Oggi non si sa nulla di lei, le parole

prestate al suo racconto se ne sono andate

non si sa quale cane conosca il suo odore

se una valle abbia ancora il suo buio.

Forse nell’esitazione di certi uomini

al rientro nelle notti di città, un tremore

nell’infilare la chiave, una colpa che emerge.



Nota: si tratta di una leggenda popolare che narra di una figura misteriosa e inquietante chiamata la donna del gioco. Ancora oggi la si racconta nelle valli delle province di Bergamo, Sondrio e nel Bresciano.



(da Sotto l’ultima pietra, La Vita Felice, 2013)




Come spiegarle queste finestre senza vetri

che tutto ci passa dentro

e fa un freddo diverso, preso lontano

il freddo che un pianeta attraversa

e lascia sul filo dell’orbita. Un fiato scuro

che non penseresti mai sul tuo davanzale.

Mancano i rimbalzi della luce

a concludere il giorno

prima che l’aria gialla della lampadina

dia il passo ai gesti lenti della casa.

Le tende sbeccate non possono nulla.

Forse possono: l’appartenere a una sedia

il proprio bicchiere la sera

tutte le sere l’impronta sulla tovaglia.


(da Sotto l’ultima pietra, La Vita Felice, 2013)




Ancora il giardino. Sarà che ti somiglia

che tutto ti contiene dove sei stato:

il nocciòlo ti faceva da ombrello

sopra l’ombrello. Accoccolato

i talloni piantati nel richiamo della terra

ascoltavi la tua voce da bambino, i rimasugli

delle fughe per non bagnarsi

quando la vita ti entrava dalle pupille

accendeva le tue possibilità

fermate ora

come lo spegnersi di un vecchio televisore.

Era anche un po’ aspettare,

questo il verbo per la pioggia,

mentre tutto ti conteneva, definitivo

tra l’ombrello e l’ombrello

di te e i talloni.



(da La complicità del plurale. LietoColle, 2020)




Mentre i vetri portavano sul letto il rumore sbattuto

e graffi luminosi alla carne rimasta

ti sentimmo dire: “vorrei morire così,

dentro un temporale, nel vento e il buio vibrato”.

L’energia liberata volevi mostrasse

la collina di spalle, il taglio scavato

nel tronco messo lì capace di portare su,

la forma concava di un abbraccio, ultimo

a stropicciare i soprammobili, l’inclinazione

imprevista di un quadro. E la finestra in mezzo

decideva dosi minime di mondo per te

frammenti, a piccoli strappi, per occhi

e palpebre lente a lasciar entrare.

Come una premonizione sfuggita, non si capiva

se stanza e morte già si parlassero.



(da La complicità del plurale, LietoColle, 2020)




Nel sonno


È morto anche lui nel sonno.

Era rientrato mentre il campanile,

infilato nella nebbia,

prendeva a botte la mezzanotte.

Veniva da una delle sue serate

passate al cinema, tutto da solo,

lui e gli attori americani. Ripeteva

che al cinema i sogni li potevi toccare.

L’hanno detto questa mattina al bar

che è morto nel sonno.

Tra un caffè e la gazzetta il suo nome

rimbalzava da un tavolino all’altro.

Le domande sulla casa, a chi sarebbe andata

assieme a quel violino antico a cui teneva tanto

e che accompagnava i grilli nelle notti d’agosto.

Ma come sarà, mi chiedo, morire nel sonno?

Magari quando è successo stava sognando.

Ma quindi, l’ultimo frammento di vita

è stato un sogno? Magari, invece di andare di là

è rimasto prigioniero nel sogno

gli tocca ancora di portare fuori l’immondizia

con il segugio al guinzaglio

che non vuole mai rientrare

e il rosario di male parole della vicina

perché il cane ha sporcato il marciapiede.

Magari sta ancora lì, dentro tutta quella fantasia.

E il bicchiere di rosso della sera

che non lo finiva mai, sarà andato con lui?

Se chiudo le palpebre, se stringo forte

lo vedo che esce tutto elegante

lo vedo sedersi al ristorante

con quell’attrice di Hollywood

che non ricordo mai il nome

quella che dallo schermo, a sentire lui,

lo guardava dritto negli occhi

e lo perdeva in un desiderio da bambino.

E mi fa ridere che di là

ancora lo aspettano.



(dall’Antologia Muri a secco, RP Libri, 2019)




Esemplare unico


Lo troverete solo là, nella biblioteca di Merate.

Scaffale dedicato alla letteratura e poesia inglese.

Esemplare unico.

“È un po’ ammalorato”, queste le parole,

un po’ complici e un po’ per scusarsi,

che accompagnano il gesto della bibliotecaria.

Il libro, appoggiato sul bancone,

viene dallo scaffale dove da tempo

agisce un silenzio che lascia scalze le parole.

La copertina racconta frammenti

un balbettio consunto

un angolo mancante perduto chissà dove:

William Wordsworth… Il preludio.

Lo apro in strada: è la presentazione

la stretta di mano per entrare.

Saranno molte le ore appiccicate

tenute insieme da queste pagine.

Si rivela subito un esemplare unico

corredato di macchie, pieghe, strappi.

Due fogli staccati

ancora si trattengono al loro posto.

Brevi appunti laterali

scritture spigolose o arrotondate

raccontano sguardi lontani

consumati sopra un prato assolato

o magari ai fornelli, mescolando odori

ancora oggi deposti nei pori della carta.

Qua e là il calco

di parole scritte su pagine perdute.

Versi evidenziati, sottolineati,

racchiusi dentro parentesi improvvisate

o indicati da frecce piene di stupore.

Strati come scritture rupestri:

il tratto rosso, i molti punti esclamativi,

piccole grida per dire “guarda qui!”.

Più frequenti i segni con la matita

forse un carattere più delicato

un modo di porgere, un accenno per suggerire

il germoglio di un pensiero infilato

tra due versi nati dentro quello che resta

un esemplare unico.

È bastata una matita, sfiorare un foglio

la pagina settantacinque, dare peso ai versi

“e appresi a sentire, forse troppo,

la forza autosufficiente della solitudine.”

per restituire alla bibliotecaria, settimane dopo,

un altro libro nuovamente diverso.



(da L’orizzonte che ci spetta, Ronzani Ed, 2025)




*

La camelia si sporgeva sopra

la panchina del giardino, appena sotto casa.

L’ombra gentile era il mestiere

messo dentro le giornate.

Curioso

che strizzando tra le dita un petalo

ancora oggi si spanda l’aroma

di quei molti caffè.


(da L’orizzonte che ci spetta, Ronzani Ed, 2025)




IL PROFILO DELLA CORNICE


Chi ci vieta di pensare che dietro

il profilo della cornice, dentro lo specchio

si muovano un tempo e una luce diversi?

Chissà cosa faceva lui prima di comparire

venendo da chissà quale tempo, dentro quale luce

prima di portarsi vicino allo specchio

e appoggiare il palmo della mano al tuo,

contemporaneamente appoggiato.


Magari quei due fili, la tela d’un ragno

nell’angolo in alto della cornice

valgono anche all’interno e li catturano

farfalle bianche di luce in un tempo senza attese.

Siamo sicuri che spegnendo la luce

anche quel mondo di là si faccia buio?


Ci sono notti sigillate nel pieno dell’inverno

quando nel buio del letto senti una brezza

sparpagliata e calda, accendi la luce

guardi se di là è un’altra stagione

e se magari i destini hanno curve nuove

se le donne ti sorridono

e la bontà magari ti stupisce

bagnando i visi della gente.



(da L’orizzonte che ci spetta, Ronzani Ed, 2025)




LO SPAVENTAPASSERI



Tu, precipitato di energia nuova, correvi, saltavi

immerso lungo il sentiero tra il maggese

e il campo di grano. D’improvviso

uno spaventapasseri piantato tra le spighe

(la campagna ancora ne partoriva).

Incerto tra stupore e paura ti eri fermato

avevi cercato nella domanda:

“ma è povero? Così magro!” E ancora

toccando una vergogna nascosta:

“ è come un extracomunitario? Do ve sta di notte?”

E in ultimo come una sentenza involontaria

scritta nel silenzio messo lì a difesa:

“lo cacceranno via?”

Mentre il sentiero ci portava nascondendoci

un colombaccio si posava

tra la paglia del braccio sinistro.



(da L’orizzonte che ci spetta, Ronzani Ed, 2025)




IL MOVIMENTO PRIMORDIALE



È incredibile che torni a succhiare.

Non si può credere, quel gesto lontano ritorna

adesso che la fine ha apparecchiato la tavola

con tutti gli anni stesi lì a seccare.

Ritorna primordiale il movimento della bocca

per un filo d’acqua che dia sollievo

ti inumidiscono le labbra, un panno

dicono. “succhia piano che ti aiuta”,

E da qualche parte della testa

eccolo il bambino che succhiava il latte

e la madre calda lo teneva.

Nel tempo che sta in mezzo, con la bocca

hai baciato tante donne che sono andate.

Allora, adesso che sei stanco

meglio tornare a succhiare e magari

una porta si apre, la madre dal corridoio

anche lei si apre e magari ti prende.



(da L’orizzonte che ci spetta, Ronzani Ed, 2025)




Nota biobibliografica


Marco Bellini, nato nel 1964, vive in Brianza. Ha pubblicato: Semi di terra (LietoColle, 2007); per le Edizioni Pulcinoelefante la poesia Le parole (2008); la plaquette E in mezzo un buio veloce (Edizioni Seregn de la memoria, 2010); Attraverso la tela (La Vita Felice, 2010); Sotto l’ultima pietra (La Vita Felice, 2013); La distanza delle orme @ – Poesie con CD Inserti (La Vita Felice, 2015); il libro d’artista Tra le spine (Edizioni Il ragazzo innocuo, 2018); La complicità del plurale (LietoColle, 2020, Premio Tra Secchia e Panaro, Premio Casentino, Premio Lago Gerundo); L’orizzonte che ci spetta (Ronzani Editore, 2025, Premio Tra Secchia e Panaro). Ha contribuito con alcune liriche al libro curato da Anna Maria Farabbi L’arte tra bocca e cibo (Al3viE 2022). Nel 2013 è risultato vincitore con inedito nelle selezioni italiane per l’European Poetry Tournament. Sue poesie hanno ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi e sono presenti in numerose antologie, su blog e riviste di settore. È stato tradotto in diverse lingue europee. Ha curato la rassegna di eventi sulla poesia in collaborazione con l'Associazione artistico culturale Artee20 di Merate (Lc). Fa parte delle giurie del Premio Letterario Nazionale Galbiate e Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”. Ha collaborato con la rivista Qui libri, con il semestrale di letteratura Incroci e con il blog CasaMatta dove, assieme a Simona Bartolena, ha curato la rubrica Le parole e la Tela. Con Paola Loreto ha curato l’antologia poetica Muri a secco (RPlibri, 2019) e attualmente cura la serie di antologie Intrecci (Puntoacapo Editrice). In collaborazione con il Comune di Imbersago (LC), cura la rassegna di eventi Poesia sul traghetto.

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