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MARCO VITALE Versi di aria e luce

di Luigi Cannillo


La poesia può realizzare un dialogo con l'Assenza. con coloro che non sono effettivamente presenti ma comunque compartecipi, o destinatari ideali. L'evocazione  non è un richiamo che esiti sulle soglie della separazione o della distanza, ma procede intrepida, oltre quel confine. Marco Vitale mette in contatto gli elementi contingenti e quelli evocati attraversando tempi e luoghi diversi come, nel primo dei testi scelti dallo stesso autore, la realtà e la suggestione cinematografica, Milano e Parigi, Milano e Roma, in un monologo che osa concludersi con una domanda comune che non ha risposta: "E tu come stai?" A volte è la memoria a fungere da "guida sul percorso" tra i diversi decenni, tra un  e un qui reali ma anche distanza metafisica, e anche nella successione coesiva dei versi, tra sé e un padre. Sono tanti i riferimenti alla cultura francese, nella figura della Tarasque, male ridimensionato a più innocuo mostro casalingo, o nella collina Fourvière sopra Lione, occasione per  ritrovare traccia di una propria genealogia in un autoritratto sdoppiato non solo nella storia ma anche nel luogo. E il dialogo con gli assenti prosegue con il ricordo di Alberto Toni, poeta romano recentemente scomparso nel 2019.

L'attraversamento di Tempo e Spazio avviene planando, con decolli favoriti dal soffio di un vento favorevole ma mai turbinoso, quello di una memoria dolente e intrepida ma mai tragica, sorretta dal concetto di aporia con un orlo di rassegnazione e consapevolezza del paradosso e dell'enigma dell'esistere. Anche gli atterraggi sono attutiti dalla stessa consapevolezza e dall'esistenza della poesia come percezione aumentata, se non, indirettamente, come possibile consolazione. Il fraseggio aereo si rispecchia nella composizione, nel sapiente uso del silenzio, di un versante antiretorico, allusivo. La suddivisione in strofe che si richiamano, l'articolazione e lo sviluppo dei temi, gli a capo talvolta creano continuità, altre volte fluttuano e rendono le poesie organismi dalla direzione imprevista: "[...]// Rivedo il tuo ritorno un'altra sera/ lontana sul finire di settembre/ le finestre di aria/ e l'umile risveglio delle piante/ che al tramonto bagnavi// Nel tuo gesto di allora c'è una luce/ tranquilla non presaga/ senza pensiero alla sua curva/ e l'ombra tanto più sottile/ incontro al buio// Così nell'ora che precede il dolore". Altrettanto calibrato è l'uso del lessico e del tono, che alterna termini più colloquiali ("cinemetto", "E tu come stai?",  "Se ne può discutere a lungo") a un tono più alto o lirico: ("rallegrarmi", "in uno svolo prodigioso" "l'enfie gote". E l'uso delle assonanze, anche quando ravvicinate: "tralci... calici... tralucere". La misura del resto corrisponde a un temperamento autoriale riservato, scevro da compiacimento sia nei confronti della propria poesia che dalle più usate forme di autopromozione in rete.

La poesia di Marco Vitale vive di aria e luce: si tratta di "una luce debole e dorata" al diradarsi della nebbia, o intermittente tra i pini, la luce del congedo del giorno, la "luce tranquilla" non presaga, l'azzurro delle "Città bianche" della Provenza descritte da Joseph Roth, il raggio "unico di riflesso e doratura", la luce "smemorata" tra i colli. Fino ad arrivare a quella della raccolta più recente, La strada di Morandi, nella quale i colori inconfondibili dell’Artista  vivono soffusamente grazie alla polvere sollevata sulla strada della sua casa di campagna. Come l'elemento Aria, anche la Luce non gioca un ruolo solamente estetico - pittorico di superficie. Si tratta il più delle volte di un controluce, un sipario trasparente attraverso il quale le ombre si fanno oscillanti, prendono vita e,  esse stesse forme di luce, appaiono come riflessi sulla superficie. Si tratta di un tra-lucere attraverso la poesia da parte di chi scrive, tra-passare attraverso i diversi stati della condizione umana, illuminare di memoria i protagonisti, i luoghi e il Tempo. Percepirli in quanto presenze.



TESTI 


Questa mattina, sai, con tutta

questa nebbia

andrei a rinchiudermi in un cinemetto

per amanti un po’ frusti, infreddoliti

Marcel Carné, Jouvet, la voce roca

e iridescente di Arletty quando confessa

J’adore ça, moi, la liberté


Ma qui, vedi, non è come a Parigi

le pellicole iniziano alle quattro

e io resterò su questa vecchia 

23 fino alle soglie di Lambrate

Poi anche la nebbia se ne andrà

per una luce debole e dorata

farà più caldo e rincasando

una tua lettera sarà a rallegrarmi.

Ma intanto dimmi è ancora bello

a Roma? E tu come stai?


 (da Canone Semplice, Jaca Book 2007)





La luce che mi agevola compone

un quadro come fatto di pensieri

arresi, di guide sul percorso

erano i pini

di giugno sulla strada consolare

la sintonia di un mare

ritrovato, un breve tratto

tra il dopoguerra e l'estate


Se ti ascolto sei lì

quel solco d'anni

disposto in un motivo di speranza

condivisa pensavi e quanto

impoverita la “saggezza” che mi tocca

padre di un altro tempo

di un Novecento che pareva gemma

di paragone

riflessione da svolgere con tutti

i dubbi e i punti fermi


Sfuggente si fa il lessico

il tema del ricordo

il morire di un giorno in uno svolo

prodigioso di storni sulla piazza

dei Cinquecento e penso

alla dimora che ti offende

scandalosa aporia


Qui dove si partono le strade

e sale un tempo che concilia

è quiete

è vastità che tutto tocca e perde

è congedo di un giorno 


Rivedo il tuo ritorno un'altra sera

lontana sul finire di settembre

le finestre di aria

e l'umile risveglio delle piante

che al tramonto bagnavi


Nel tuo gesto di allora c'è una luce

tranquilla non presaga

senza pensiero alla sua curva

e l'ombra tanto più sottile

incontro al buio


Così nell'ora che precede il dolore

 (da Diversorium, Il Labirinto 2016)






Hai mai guardato in volto la Tarasque?


Dal suo scranno in capitolo l'abate

di Sénanque non la perdeva 

per consegna di vista 

e ne additava ai confratelli

le lusinghe e le insidie

Gli occhi presi in un soffio

l'enfie gote i baffi

in aria, come quelli di un gatto

spezzavano il nitore cistercense

a dare segno al male

nella pace e monito

sulla via delle stelle


Esule Joseph Roth ne colse l'animo

di mostro casalingo e pacioso

la sentì amabile sotto un azzurro

troppo, troppo tardi trovato


 (da Diversorium, Il Labirinto 2016)





La souris


Non si sente più nulla

tutto è fermo

hanno teso da tempo le invisibili

nappe, tutto tace

Da dove cade

unico di riflesso e doratura quel raggio?

Dove batte e rifrange

per azzardo di iridi?


Ospite impreveduto, caso opaco

mi chiamò un giorno

un capriccio di ragazzo

una setola intinta in un impasto di ocre


Oh tu che mi hai lasciato qui tra questi tralci

gelidi e maturi, tra questi calici

dove il timore si specchia

e interroga il silenzio, solo questa

di te rimane mia aporia


mio indebito tralucere nel sogno


 (da Diversorium, Il Labirinto 2016)





La collina di Fourvière


Non ricordo in che punto dell'ellisse

che dispone con cura le raccolte

dei primi secoli dell'età volgare

si conservi una stele col mio nome

un manufatto scabro, ma inciso

in capitali di una certa schiettezza

Parla di un Marcus Vitalis

che nell'antica Lugdunum 

divenuta romana - ora la limpida

elegante Lione - 

tenne una mescita di vino

e fu una specie di console

di sindaco della corporazione degli osti

Visse grazie a quel timido arbusto 

solo da poco conosciuto e lì giunto

con i calzari di Cesare: un segno

certo di conquista, un bene

a troppo caro prezzo? Un lembo

grato di destino come l'uso 

liturgico - di lì a poco - 

lascerebbe supporre?

Se ne può discutere a lungo 

anche a partire

da questa semplice traccia


 (da Diversorium, Il Labirinto 2016)





Anime, e che cos'altro qui?

Per questo scabro purgatorio

al limitare del silenzio,

di una luce sui colli senza oltraggio

smemorata


Anime tra questi pini

che disegnano

una perduta eleganza

e una stagione del ritorno

non vi inganna


Anime di cunicoli

di braci spente

di ormai scordate

rime in fiore e amore


 (da Gli anni, Nino Aragno 2018)


                                                                                                                  a Luigi Lambertini




Sì, forse soltanto nei romanzi

se durarono e giunsero

per le luci prospettiche

un prima e un dopo

stabilirono un tempo

che non fu mio ma sale

come la vecchia strada di Morandi


il tratto lieve opaco della polvere


 (da La strada di Morandi, Passigli, 2024)


                                                                                                                   per Alberto Toni




I


Come dimenticare, amico, quella neve

caduta nell’inverno dell’85?

Il tuo timore per il gelo

che a me pareva invece una promessa

limpida, pungente come l’aria

del tempo non ancora trentenne, a Roma

in quell’inverno dell’85


II


Un giovane poeta

locuzione legata al mio incontrarti

eri tu un giovane poeta, ti ascoltavo

ammirato e pensavo: ma non erano

i tanti anni di una vita e di studio

a farne uno semmai? Rainer

Maria sembrava suggerirlo ma tu

leggevi il tuo “universo trentenne”

sotto gli angeli immobili del ponte

che rivedo riflessi


di notte nel fluire del Tevere


 (da La strada di Morandi, Passigli, 2024)




Dove sarà quel gatto che superbo

ci fissava silente tra le canne

fluviali e la terrazza

si avviava a un meriggio dolcissimo

di stagione? Dove sono gli amici

di quel tempo lontano che serrava

la risacca degli anni e la poesia?

Ammaliato dal gatto

taceva Dario, Enrico

travagava al pensiero degli ulivi

per le sue pagine ferite

dall’azzurro e le ombre

Quanta, ripenso, verità per quel silenzio

e in quelle pagine incantate, in quel dirsi


come la vita almeno andasse scritta


 (da La strada di Morandi, Passigli, 2024)





Nota biografica


Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano. Le sue poesie sono raccolte nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore, 2018) che comprende i seguenti libri: Monte Cavo, Edizione del Giano, 1993, L’invocazione del cammello, Amadeus, 1998, Il sonno del maggiore, Il Bulino, 2003 (poi in Bona Vox, Jaca Book, 2010), Canone semplice, Jaca Book 2007, Diversorium, Il Labirinto 2016. Nel 2024 ha pubblicato presso l’Editore Passigli La strada di Morandi. 

Una sua scelta antologica, dal titolo Emblems of Sleep and Other Poems, è uscita nel 2020 a New York per Gradiva Publications nella versione di Barbara Carle.

Traduttore letterario, ha pubblicato recentemente un volume di traduzioni dal francese di Francis Jammes, Nevicherà tra qualche giorno – Diciotto (piccole infedeltà, puntoacapo, 2026.  Autore di racconti e pubblicazioni saggistiche, collabora con “Cenobio”, “Succedeoggi” e “Poesia”.




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