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ESERGO ERGO SUM?

Aggiornamento: 3 mag


Quanto sarebbe bello scoprire un’etimologia facile facile: esergo come composto di es+ergo. Il nostro freudiano es in relazione con dunque? Una consecutio a suggerire che tutto sia riconducibile solo alla nostra parte istintiva con buona pace di funzioni razionali e morali? Trappole della lingua: non è così. Giochetto finito.

In origine, esergo indicava lo spazio inferiore di una moneta o di una medaglia riservato a informazioni quali la data, la zecca, il valore: le cose che non erano parte dell’immagine. E l’etimologia latina ci dice exergum come traslitterazione del greco exérgon (fuori dell’opera). Ora esprime perlopiù la frase posta all’inizio di un libro, facendone parte ma non costituendo l’opera stessa. Può essere una citazione o un motto. Ci interessa questo secondo significato.

Intanto, ci sono sinonimi? Spigolando qua e là non ne ho trovati. Secondo la Treccani web la parola più affine è epigrafe, ma in un senso accessorio ed esteso, perché nessuno ambisce a considerare il proprio libro alla stregua di una lastra di marmo che celebri o commemori.  Controlliamo anche il dizionario dei sinonimi più a portata di mano: il Thesaurus di Word. Per uno di quegli scherzi del linguaggio, sembra una parola evocativa, ricca di promesse, e forse in opposizione alla tesi che il sinonimo perfetto non esiste: la parola deve essere non replicabile e necessaria, perfetta, altrimenti non è. Ma nel Thesaurus la parola esergo non è contemplata – nessun sinonimo. Senza troppa sorpresa per un concetto così specifico.

Che dipenda dall’origine anglosassone di Word? La traduzione ci porta daccapo a epigraph. Se nel mondo anglosassone la parola è quindi quella che a noi non piace, sembra che ci sia anche un’altra differenza, questa volta culturale: al di là della Manica il ricorso all’esergo è più mirato, funzionale. A sorvegliare eccessivi sfoggi di erudizione, esibiti riferimenti alla tradizione colta. 

Sempre massima ammirazione per il pragmatismo anglosassone. Ma se dalle nostre parti siamo sempre un po’ pomposi, è pur vero che così facendo – anche per una cosa dopo tutto innocua come l’esergo - ci dotiamo di una cassetta degli attrezzi più ricca, diamo spazio a più strumenti interpretativi. 

Certo, un esergo non è indispensabile, può essere usato con parsimonia o meno. Ma come un prisma sull’autore, un esergo può scomporne gli obiettivi, illuminarne l’identità. E quindi ecco che rende omaggio, dichiara un debito, suggerisce una chiave di lettura o rafforza la tesi di un libro. O magari indica una corrispondenza, un’ambizione. Se sincero, forse rivelando ex post una velleità.

Un esergo così ci piace.

Ecco, forse la sincerità è l’unico criterio con cui (ri)leggere un esergo. Bene che porti in sé uno slancio, un’adesione valoriale. Meno bene, invece, se resta una maschera, un piedistallo, un tentativo di promozione intellettuale.  Restando in ogni caso voce di sé.

Allora, prendiamoci una libertà e facciamolo diventare un verbo: esergo, dunque sono?


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